Libia: l’Eni ha iniziato l’evacuazione dei dipendenti non strettamente operativi

22 febbraio 2011
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La rivolta in Libia infiamma la capitale Tripoli. Nella capitale sono stati dati alle fiamme molti edifici governativi tra cui il Palazzo del Popolo e il ministero dell’Interno. Altri, come la sede della televisione di Stato, sono stati saccheggiati. La Francia ha chiuso le proprie scuole nel Paese ed il Portogallo ha già iniziato l’evacuazione dei propri connazionali.

Il Ministero degli Esteri britannico ha già richiamato il proprio ambasciatore in Libia, in segno di condanna per l’uso della forza contro i manifestanti. Oggi si svolgerà nel tardo pomeriggio a palazzo Chigi un vertice tra il premier, Silvio Berlusconi, e i ministri dell’Interno Roberto Maroni, della Difesa Ignazio La Russa, degli Esteri Franco Frattini e dello Sviluppo Paolo Romani per fare il punto sulla situazione alla luce di quanto sta avvenendo in Nord Africa.  Durante l’incontro saranno valutate anche le conseguenze sui flussi migratori degli avvenimenti di queste ore in Maghreb e in particolare in Libia. Ciò che desta maggiori preoccupazioni sono le aziende italiane che operano in Libia. La discesa di Eni, in calo del 4,30% a  17,58 euro, è un esempio. La Libia è il quarto esportatore di petrolio al mondo ed Eni è il primo operatore straniero nel Paese con una produzione giornaliera di 244mila di barili al giorno, il 12,5% del totale della produzione del gruppo, pari a 1,95 milioni di barili al giorno. In questo momento comunque Eni non ha annunciato nessun problema agli impianti ed alle strutture operative. Le attività di estrazione proseguono nella normalità senza conseguenze sulla produzione. Tuttavia, la compagnia petrolifera italiana sta provvedendo a rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza a tutela di persone e impianti. La società ha però comunicato che è in corso sia il rimpatrio dei familiari dei propri dipendenti, sia dei dipendenti non strettamente operativi.

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