Meno tasse col federalismo, è vero?

20 marzo 2011
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Un’inchiesta del Sole 24 Ore spiega perché quando si parla di federalismo fiscale, non sempre si parla di minore pressione fiscale. Il punto di partenza è l’osservazione del meccanismo statunitense, dove il federalismo fiscale è un punto fermo da secoli. Il quotidiano economico parte con l’analisi della tassa sui redditi. Negli States, ogni cittadino paga le tasse allo Stato, ma è possibile che abbia altre imposte (o sgravi fiscali, sia chiaro), applicate da contee, città, distretti speciali e distretti scolastici. Ognuna di queste “autorità”, che in Italia chiameremmo “enti”, può imporre una tassazione e in alcuni casi si può arrivare a circa il 12,5% del reddito da “devolvere” al territorio. Quel che è poco chiaro è perché il Sole 24 Ore ritenga questa pressione fiscale esagerata, visto che in Italia, i redditi medi, entro i 30mila euro annui, subiscono una riduzione, dovuta alle tasse statali, pari al 23% a cui si aggiungono le imposte “locali”.

In ogni caso negli USA anche i beni di consumo, si fa l’esempio di un iPhone, non hanno un prezzo standard. In alcuni casi, a questo tipo di oggetti, si applicano tasse pari al 5%, in altri Stati, per esempio il Delaware, per la stessa tecnologia si paga fino all’8,7% in più.

L’inchiesta, poi, prende in esame le tasse immobiliari, anche qui, l’eterogeneità è la regola, perché le tasse sulla proprietà rimpinguano le casse degli enti locali. Per questo si possono osservare scarti di circa 10 mila euro, dovuti anche alle differenze di reddito dei cittadini, piuttosto che all’effettivo valore dell’immobile.

Vista l’enorme possibilità di personalizzare il concetto e di conseguenza gli effetti del federalismo fiscale, il governo italiano (il ministro Giulio Tremonti in primis), ma anche i cittadini, dovrebbero valutare come incide una riforma di questo tipo non sul Paese ma sulle tasche degli italiani.

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