Si può frenare la speculazione regolando i Cds?

15 luglio 2011
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Molti si stanno domandando ultimamente se sia possibile tagliare le unghie alla speculazione sull’Italia agendo sul mercato dei credit default swap. Un dibattito che coinvolge sia le banche italiane, che hanno un interesse in quanto esposte direttamente al rischio Italia, sia le istituzioni.

«Bisognerebbe mettere i margini sui cds – osserva un banchiere italiano – così si speculerebbe comunque, ma almeno mettendoci i soldi». Un’idea difficile da attuare in un mercato che si è sviluppato senza regole, su strumenti che hanno smarrito da anni la loro prerogativa assicurativa. È infatti dal biennio 2003-2004 che i volumi over the counter mossi dai cds hanno superato il quantitativo dei bond sul mercato. «È da allora che il cds da prodotto ‘assicurativo’ si è trasformato in puro derivato», spiega Paolo Tradati, responsabile di strutturazione e distribuzione di prodotti finanziari di Banca Akros. Inizialmente il contratto di credit default swap prevedeva che chi aveva comprato la protezione consegnasse alla controparte venditrice il titolo-carta straccia ottenendone il valore nominale, ma da quando il numero dei contratti cds è divenuto un multiplo degli strumenti di debito sottostanti, la consegna fisica è caduta in disuso favorendo il regolamento per contanti. Per avere un’idea, il volume dei cds sui BTp si stima in un multiplo dell’ordine delle migliaia rispetto al sottostante. Quindi prendere posizione contro è più facile comprando i cds, piuttosto che vendendo i titoli, poiché comprare è diventato sempre più facile che vendere e per vendere, generalmente, occorre avere i titoli. Regolamentando questo mercato si otterrebbe il vantaggio di rendere gli scambi più trasparenti e forse più ‘controllabili’.

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