Roma costa il doppio di Milano

16 dicembre 2011
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Il problema inizia dagli asili nido tant’è che Stefano Pozzoli, docente alla Parthenope considerato tra i massimi esperti del ramo, se n’e servito anche in una audizione in Parlamento: «La pubblicazione di dati comparativi può rappresentare uno strumento estremamente efficace per stimolare l’efficienza attraverso il controllo democratico dei cittadini». I costi, infatti, sono così abissalmente diversi da dimostrare in modo accecante una cosa sempre più chiara: l’autonomia regionale è stata vissuta da molti come totale libertà anarchica di spesa senza rispetto per alcun parametro. Così, a capriccio. E senza alcun rispetto per la veridicità dei numeri.Se poi guardassimo alla superficie territoriale, le mamme calabresi avrebbero buoni motivi per essere furenti: le madri emiliane e romagnole hanno un posto negli asili nido ogni 788 metri quadrati, loro ne hanno uno ogni 16.094.

Non meno sbalorditivo, però, è il divario tra quanto spendono per ogni posto gli utenti e i comuni. Il contributo chiesto alle famiglie di ogni bambino ospite nelle strutture pubbliche municipali è schizofrenico. E va dai 509 euro in Calabria ai 2238 (quattro volte di più) in provincia di Trento, con sbalzi difficili da giustificare anche tra regioni vicine o addirittura confinanti: come mai pagano 1061 euro l’anno i genitori di un bimbo ligure, 1923 quelli di uno piemontese e 1958 quelli di uno lombardo? Quanto all’indice di copertura territoriale del servizio, (compresi gli asili nido privati convenzionati) il picco massimo per l’anno 2010 è in Emilia-Romagna (98,2 per 100 bambini sotto i due anni residenti), davanti al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta (95,6), alla Toscana (93,6), alla Liguria (92,6) e giù giù fino a Mezzogiorno, dove la copertura si inabissa a 48,8. Per non dire della Calabria (44,2), del Molise (40,9) e della Campania: 36,5. Una differenza enorme che proprio non convince.

 

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