Caro energia, ecco come funzionano i sussidi

12 gennaio 2012
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Il settore elettrico è già stato liberalizzato. Dall’ex monopolista Enel viene oggi solo il 28% della produzione nazionale, tre concorrenti (le ex municipalizzate A2A e Iren, Edison e l’Eni) stanno sopra il 10%, il resto è frazionato tra soggetti comunque forti, spesso legati a operatori esteri. La Borsa elettrica è decente. La rete degli elettrodotti in alta e altissima tensione è stata affidata a Terna, una società indipendente, controllata dalla Cassa depositi e prestiti. E Terna ha quintuplicato gli investimenti, grazie alla libertà dall’Enel e alla remunerazione in tariffa, generosa, ma non superiore alla media europea del 3%. Eppure, l’energia elettrica resta più cara della media europea tranne che per le famiglie a bassi consumi e le imprese energivore, cui vanno 1,3 miliardi di sussidi pagati dagli altri consumatori. Nel 2012 stanno andando a regime gli aiuti alle rinnovabili, 160-170 miliardi nel trentennio 2005-2034, con una concentrazione in questo decennio. Un salasso in bolletta senza nemmeno costruire una forte industria manifatturiera nazionale di settore come, invece, si è fatto prima in Germania e poi in Cina. L’ex ministro dell’Industria, Alberto Clò, calcola che nei 12 mesi compresi tra il settembre 2010 e l’agosto 2011 le importazioni di apparati per il fotovoltaico siano ammontate a 11 miliardi, mangiandosi un quinto del saldo manifatturiero. Se si rapporta questo deficit all’energia utile prodotta, dice ancora Clò, l’equilibrio economico si avrebbe con il petrolio a 670 dollari il barile, che salirebbero oltre i mille aggiungendo i sussidi di cui sopra. Nel 2011 la media del barile è stata di 111 dollari.

D’altra parte, l’altra causa dell’alto prezzo dell’energia è il gas, che sale per ragioni in apparenza misteriose. Oggi sul mercato spot all’ingrosso al valico del Tarvisio costa 32 euro al MWh (come ora si misura anche il gas) contro i 23-24 al confine austro-slovacco di Baumgarten. Il tubo è lo stesso, il gas russo idem. La differenza di prezzo dà margini all’Eni, dominus delle importazioni all’ingrosso, e copre qualche perdita sui contratti take or pay . L’Eni ha ceduto la sua quota di questa infrastruttura estera alla Cassa depositi e prestiti: la Ue l’aveva costretto a disfarsene. Ma ha conservato i diritti di passaggio. E così i tubi sono solo parzialmente saturati. L’idea è dunque quella di una società unica delle reti energetiche presenta sinergie limitate sul piano industriale, più interessanti su quello finanziario.

 

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