Liquidità: ecco le banche che danno di più

17 febbraio 2012
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La fame di liquidità del sistema – anche se le cose sono un poco migliorate – continua a remunerare in modo decisamente generoso i risparmiatori in grado di lasciare fermo per un po’ di tempo il loro denaro cash. L’importante è non andare a chiederli, i soldi: perché lo stesso privato investitore che può bloccare qualche migliaio di euro sul conto spuntando il 3% netto, in caso di mutuo deve mettere in conto la pretesa di unospread ai massimi storici sulla sua rata. Un esempio: Il Conto Arancio e tutti i suoi seguaci oggi pagano al Fisco il 20% e non più il 27% e, non essendo strumenti finanziari, sfuggono alla mini- patrimoniale (1 per mille nel 2012, 1,5 per mille dal 2013 in poi) che invece tocca a qualsiasi tipo di investimento, con l’eccezione dei fondi pensione.La crescita dell’interesse si riflette in un’offerta sempre più ricca sia da parte delle banche on line, quelle per cui il business dei depositi ad alta remunerazione è la prima ragione di vita, sia da parte dei colossi bancari tradizionali. Quelli per cui, in tempo di magra del credito, la fuga dei risparmi verso i lidi elettronici delle concorrenti equivale ad una fatale emorragia. Ed ecco che negli ultimi mesi, complice il nuovo Fisco uguale per tutti al 20%, nei menu di Intesa, Unicredit, Banca Popolare e così via cominciano a fare capolino i certificati di deposito, ammazzati decenni fa dalla tassazione al 27%, un onere più che doppio rispetto al 12,5% applicato alle obbligazioni bancarie. In prospettiva, se la situazione dei mercati si normalizza, i tassi scenderanno, regalando una piccola vittoria strategica a chi può vincolare oggi per 12-18 mesi a tassi netti tra il 3 e il 4%.

 

 

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