Vuoi il lavoro? Dammi la password di Facebook

21 marzo 2012
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Suona proprio come un ricatto, e anche se non lo è, per alcuni lo diventa. Vuoi essere assunto? Allora dammi la tua password di Facebook in modo che ti possa conoscere molto da vicino. E’ questa la richiesta, proveniente da aziende private ma anche da agenzie governative, che si trova a fronteggiare sempre più spesso chi negli Stati Uniti è alla ricerca di un posto di lavoro.  Per farlo il selezionatore spesso chiede di accedere a tutti i social network a cui il candidato è iscritto. Del resto è pratica comune almeno negli Usa monitorare il comportamento del candidato su Twitter, Facebook e altri social network per trovare eventuali punti deboli nel suo passato. Proprio per questo molti utenti hanno reso i loro profili personali inaccessibili alla massa. E qui scatta la contromisura aziendale e la «proposta indecente».

Così qualche società si comporta in maniera un po’ più furba chiedendo ai candidati di collegarsi a un computer aziendale durante il colloquio o di concedere l’amicizia al direttore del personale. La richiesta della password è poi prassi normale per tutti quelli che aspirano a lavorare nell’ambito della sicurezza. Certo ci si può rifiutare, ma allora è matematico essere scartati perché si passa come qualcuno che ha qualcosa da nascondere. Tanto che molti esperti di ricerche del personale consigliano ai potenziali candidati di farsi dare una mano da un esperto per «ripulire» i propri profili prima di lanciarsi alla ricerca di un lavoro. Ma la cosa “stana” è che proprio  negli Usa è  vietato rivelare la propria password ad altri. Eppure c’è poi chi nell’operazione di selezione del personale non si prende neanche la briga di convocare chi ha mandato il curriculum e procede alla cernita studiando le informazioni apparentemente inaccessibili dei candidati contenuti sui social network grazie a nuovi tipi di software. Applicazioni come BeKnown possono infatti permettere di accedere ai profili personali, sempre se chi è in cerca di lavoro lo permette, magari proprio per evitare l’imbarazzante domanda: «Mi dice la sua password?».

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